Santa Maria di Calena

L’abbazia di Santa Maria di Calena è una tra le più antiche d’Italia ed è una  importante testimonianza dell’architettura romanica locale. Sorge a pochi chilometri del centro abitato e dal mare,  è protetta dal promontorio di Peschici e dai boschi di Monte Pucci.  Venne eretta ‘extra moenia’ (fuori dalle mura) nell’872 forse in un primo insediamento di monaci benedettini e  per  un lungo arco di tempo svolse un ruolo importante per lo sviluppo  economico e culturale del Gargano Nord. Infatti, divenne  un centro molto ricco e indipendente e via via che papi e imperatori le concedevano ricchi privilegi, i suoi beni si estesero oltre l’area garganica fino a Campomarino e Canne.  

La prima fase della sua storia è ampliamente documentata, dopodichè  non  ci sono rinvenuti documenti, probabilmente distrutti durante l’incendio che colpì  l’Archivio di Stato di Napoli nel 1943.

Percorsi nella storia del territorio

Il primo documento noto è un atto del 1023 in cui Leone, vescovo di Siponto, donava a Roccio, abate benedettino, ” una ecclesia deserta in loco que vocatur Càlena, cuius vocabulum est Sancta Maria”. In quell’atto Leone donava degli appezzamenti di terreno acquistati da alcuni componenti della colonia slava di Peschici. Qualche anno dopo, gli slavi stanziati a Peschici donarono anche un’altra chiesa sita in Calenella con i relativi boschi vicini. E se nel 1053 veniva enumerata da papa Leone IX tra i possessi di Tremiti, nel 1058 Stefano IX la riconosceva come abbazia indipendente sotto la diretta protezione della Santa Sede.
Nella seconda metà dell’XI sec. Calena dovette estendere la sua indipendenza, secondo le fonti, durante il Concilio di Melfi nel 1039 il principe Riccardo di Capua aveva donato Càlena a Montecassino, ma una bolla sucessiva del 1053 la enumerava ancora tra i possessi di Tremiti.
Nonostante avesse perso Monte Sacro, prima sotto le sue dipendenze, Càlena tra il XII e XIII sec possedeva tanti beni immobili e controllava oltre ai pascoli anche la pesca, i diritti sui mulini nella zona di Montenero, Rodi e Vico e le saline a Canne. Aveva diritti anche sul lago di Varano e questa era una cosa di grande importanza perché le anguille erano una risorsa alimentare per la comunità monastica e per i pellegrini che vi facevano sosta.
Càlena diventò una vera e propria signoria ecclesiastica. A differenza di altre abbazia colpite dalla crisi economica, riuscì a mantenere la propria autonomia. Nel 1400 fu affidata al vescovo di Lucera prima di essere annessa all’Abbazia di Tremiti nel 1445/46.
Allora la comunità benedettina fu sostituita dai canonici lateranensi di Tremiti.
Nel 1782 passò al Regio Demanio e successivamente fu acquistata dalla famiglia Martucci che ne fece un’azienda agricola.
La testimonianza di tutte queste vicende si possono leggere nella sua struttura muraria,
infatti, non sembrano esserci tracce riconducibili all’edificio anteriore al 1023 ad eccezione di alcune lastre decorate con motivi ad intreccio.

Arte
Cultura Terrirorio

Questi frammenti sono databili intorno al X sec. perché è lo stesso tipo di decorazione presente nelle aree di cultura longobarda. Secondo alcune ipotesi, i benedettini di Tremiti ricostruirono interamente Càlena quando da cenobio divenne abbazia (1058). Questa fase è documentata dalla più antica delle due chiese: se la vecchia con le cupole in asse si inserisce nel solco della tradizione pugliese, l’altra che si addossa segue i canoni dell’architettura europea ed extraeuropea. La navata centrale che si conclude con un abside semicircolare è suddivisa in due campate quadrate di dimensioni diverse originariamente coperte con volte a crociera, andate distrutte durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, l’apertura rivela capitelli e affreschi di pregio.
Le navate laterali sono coperte con volte a botte. Questa tipologia costruttiva riprende i modelli francesi, più precisamente della Borgogna. Con certezza le maestranze lapicide itineranti che percorrevano la via Francigena dirette al santuario dell’Arcangelo Michele, diedero il loro contributo. Le stesse tipologie architettoniche si diffusero nel XII sec anche nelle abbazie garganiche di Monte Sacro, di Pulsano, Barletta, Molfetta, Lecce e Otranto dove transitavano pellegrini e crociati.

Tanti maestri scalpellini giunsero nel meridione d’Italia sia come artigiani specializzati che nelle vesti di componenti di ordini monastici. Siccome la regola di Benedetto includeva attività prettamente manuali, tra cui l’arte del costruire, sembra quasi scontato che tra i monaci troviamo esperti scalpellini e muratori. Numerosi riscontri di tali presenze si ritrovano in Terrasanta e sulle facciate di alcune chiese in Molise e in Abruzzo.
Per esempio, nell’ex abbazia di Santa Maria di Ripalta, nei pressi di Lesina, troviamo molte similitudini con Càlena. E’ possibile che le maestranze operanti a Calena abbiano partecipato alla costruzione o influenzato quelle operanti a Ripalta. Ciò lo si deduce dal modo in cui sono posti in opera i conci lapidei e dalle soluzioni adottate nelle finestre e nelle arcate. Similitudini le ritroviamo anche nei motivi floreali sulla facciata posti a coronamento dei capitelli.

La chiesa nuova presenta anch’essa tre navate di cui due sono praticabili e la terza risulta scoperchiata. L’interno della navata presenta i pilastri delle campate con i tipici segni della predisposizione della copertura con volta a crociera e che forse per la crisi economica nn venne ultimata si optò per una copertura lignea. questa tesi si avvale se viene messa a confronto con altre 2 chiese importanti : Santissima Trinità di Venosa(pz) e quella di Santa Maria di Ripalta, entrambe rimaste incompiute ma che presentano forti similitudini negli elementi strutturali e negli stessi segni lapidei. Ornamenti simili di tipo cistercense sono presenti anche nell’Abbazia di Santa Maria delle Tremiti.

Interessanti sono i segni incisi sui conci degli archi e dei pilastri della struttura. Tipici segni dei maestri muratori scalpellini, ovvero degli artefici del cantiere. Si va da semplici monogrammi a composizioni geometriche dove al cerchio si unisce la retta o un archetto.
La conferma dell’origine d’oltralpe di molti maestri scalpellini viene attestata dalla presenza di un segno simile riscontrato a Notre Dame di Orcival. Si tratta di una lettera ‘A’ capovolta col vertice rivolto verso il basso. Lo stesso segno è presente sulla navata laterale destra di Càlena.
Anche la chiesa francese come quella di Càlena risulta piena di marchi di costruzione. Tra le simbologie adottate dai lapicidi frequente è l’uso del giglio, chiara indicazione di origine francese dei magistri.
Bisogna fare una distinzione tra quelli di utilità. Molti segni infatti venivano apposti per esigenze progettuali, per esempio per stabilire in che modo dovevano essere messe in posa le pietre. Per questo motivo ritroviamo abbozzate delle frecce direzionali o delle ‘P’ messe a rovescio che ricorda i segni dell’archivolto. I segni d’identità invece, non erano altro che dei marchi apposti dagli artefici, la firma. A Càlena sono presenti differenti segni lapidei su quasi tutta la struttura di cui parecchi anche curvilinei. Oltre ai segni, a Calena si è riscontrato la presenza di una serie di graffiti legati alla tradizione fideistica cristiana: quello più ricorrente nelle architetture religiose è un quadrato in triplice sequenza concentrica che gli studiosi associano alla descrizione della Gerusalemme celeste ( la città santa, in un passo dell’apocalisse, era inscritta in una triplice cinta muraria al cui centro era posto il tempio).

A Calena ci sono due esempi sull’architrave dell’ingresso dell’absidiola laterale destra. La triplice cinta è graffita anche sul piedritto di una porta laterale della cattedrale di Vieste e sulla porta della chiesa di San Giorgio a San Nicandro Garganico. Ai tipi di graffiti di tipo fideistico, si devono aggiungere due esempi di quella che era la base per la realizzazione di un dipinto ad affresco: la sinopia(tracciatura a polvere di carboncino o di terra d’ocra sull’intonaco fresco utile per il pittore per realizzare poi il dipinto). Sulla parete di sinistra della piccola abside posta al termine della navata laterale destra è disegnato un bastone con la parte superiore a forma di drago , disegno che doveva ricollegarsi al dipinto del piccolo catino absidale. Infatti a metà altezza della superficie curva si nota ancora adesso una sinopia di un iscrizione a lettere tardomedievali. Capolettera di questa iscrizione è G. all’interno di questo piccolo spazio si conserva un elemento in pietra con basamento a colonna con la parte superiore a forcella, struttura destinata a portacero pasquale. Altri segni sono riconducibili a sistemi metrici di misurazione usati dai maestri scalpellini: è il caso di una serie di griglie impostate in un trapezio e reticoli graffiti. Stessi segni si ritrovano nell’abbazia di Santa Maria di Pulsano e sulla facciata della cattedrale di Termoli. Nella chiesa nuova troviamo una segnatura particolare, una serie di cerchi concentrici segnate da una serie di chiodi infissi nella pietra. Potrebbe trattarsi di una chiodatura destinata a creare un rosone direttamente in opera. Al centro del convento sgorga una sorgente, confluita in una bella fontana del cui potere taumaturgico si narra nel 1561 e di cui si sa che deriva da un ruscello sottostante. Al di sotto della chiesa, dovevano estendersi una cripta con molte tombe ed ancora un chiostro. Sul retro del convento e più precisamente sul campanile a vela c’è un’immagine scolpita della Madonna.